9 gennaio 2011

Disoccupazione record tra i giovani: è al 28,9%.

Aumento record per la disoccupazione giovanile. Il tasso dei senza lavoro tra i giovani dai 15 ai 24 anni è salito a novembre al 28,9%, il livello più elevato dal gennaio del 2004, ovvero dall'inizio delle serie storiche mensili. Lo rileva l'Istat in base a dati destagionalizzati e alle stime provvisorie, basate su un campione. Il tasso aumenta ''di 0,9 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 2,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009'', aggiunge l'Istat.Per quanto riguarda il dato generale, ''il numero delle persone in cerca di occupazione risulta in diminuzione dello 0,4 per cento rispetto ad ottobre e in aumento del 5,3 per cento rispetto a novembre 2009. Il tasso di disoccupazione, pari all'8,7 per cento, diminuisce rispetto a ottobre di 0,1 punti percentuali; in confronto a novembre 2009 il tasso di disoccupazione registra un aumento di 0,4 punti percentuali''.
''A novembre 2010 il numero di inattivi di età compresa tra 15 e 64 anni aumenta dello 0,1 per cento rispetto a ottobre e dello 0,6 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il tasso di inattività, pari al 37,8 per cento, è invariato rispetto al mese precedente e in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a novembre 2009''.
''Sulla base delle informazioni finora disponibili - si legge nella nota dell'Istat -, il numero di occupati a novembre 2010 (dati destagionalizzati) risulta in aumento rispetto a ottobre dello 0,2 per cento e dello 0,1 per cento rispetto a novembre 2009. Il tasso di occupazione, pari al 56,8 per cento, risulta in crescita di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente''.
''A novembre 2010 l'occupazione maschile diminuisce dello 0,1 per cento rispetto al mese precedente e dello 0,8 per cento rispetto al corrispondente mese dell'anno precedente. L'occupazione femminile aumenta dello 0,7 per cento rispetto a ottobre e dell'1,4 per cento su base annua. Il tasso di occupazione maschile risulta pari al 67,4 per cento, in diminuzione di 0,2 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,7 punti percentuali negli ultimi dodici mesi. Il tasso di occupazione femminile a novembre 2010 è pari al 46,3 per cento, in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a ottobre e di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009'', continua l'Istat.
''La disoccupazione maschile risulta in diminuzione del 2,1 per cento rispetto al mese precedente e in aumento del 5,5 per cento rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Il numero di donne disoccupate aumenta dell'1,5 per cento rispetto a ottobre e del 5 per cento rispetto a novembre 2009. Il tasso di disoccupazione maschile è pari al 7,8 per cento, in diminuzione di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e in aumento di 0,4 punti percentuali rispetto a novembre 2009. Il tasso di disoccupazione femminile è pari al 10 per cento, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 0,3 punti percentuali su base annua'', aggiunge la nota.
''Gli uomini inattivi aumentano dell'1,2 per cento tra ottobre e novembre 2010 e del 2,5 per cento su base annua; il numero di donne inattive risulta in diminuzione dello 0,5 rispetto a ottobre e dello 0,4 per cento rispetto a novembre 2009'', conclude l'Istat.
Commentando i dati, il ministro del lavoro, Maurizio Sacconi , sottolinea: ''L'indagine Istat mensile disegna un quadro della occupazione sostanzialmente stabile". "Il modesto aumento degli occupati - relativamente al mese di novembre su novembre 2009, comunque per la prima volta dall'inizio della crisi - dovuto alla componente femminile, si confronta con il consolidarsi della disoccupazione giovanile soprattutto nel Mezzogiorno", aggiunge il ministro. Nei prossimi giorni il governo, osserva il ministro, incontrerà le Regioni per definire l'impiego degli ammortizzatori sociali . Sempre nei prossimi giorni, si riunirà la cabina di regia per l'attuazione del Piano nazionale per l'occupabilità dei giovani.
Per l'opposizione invece ''i dati dell'Istat sono molto allarmanti''. ''Il tasso reale di disoccupazione lo scorso dicembre - afferma in una nota il responsabile Welfare dell'Italia dei Valori, Maurizio Zipponi - è arrivato all'11%, contando tutte quelle persone che, pur avendo dei sussidi, non hanno più il posto di lavoro". E si muovono anche i Consumatori. I presidenti dell'Adusbef, Elio Lannutti, e di Federconsumatori, Rosario Trefiletti, sottolineano in una nota congiunta : ''E' una situazione tragica che necessita risposte adeguate da parte del governo''.

Buttiglione: ''L'Udc ha già scelto. Adesso sta al Pd e al Pdl dirci cosa vogliono fare''

L'Udc ha già scelto. Ora sono il Pd e il Pdl che devono dirci cosa vogliono fare". Rocco Buttiglione rilancia la palla nella metà campo di Silvio Berlusconi e Pierluigi Bersani. L'intervista al 'Riformista' di Massimo D'Alema, che sollecita Pier Ferdinando Casini a non tenere in vita il governo, e l'intervento di Sandro Bondi al 'Corriere', che esorta l'opposizione a farsi carico dei problemi del Paese e a cooperare in Parlamento con la maggioranza, sono il menù di giornata.
Il presidente dell'Udc non si sottrae e spiega: "Noi abbiamo scelto da tempo da che parte stare. L'Udc - dice in un'intervista all'Adnkronos - ha scelto di fare un'opposizione di centro, non faziosa, orientata al bene comune. L'opposizione deve fare il proprio mestiere e tra i suoi compiti c'è eventualmente anche quello di far cadere il governo".
"Tuttavia ci sono due modi per mettere un governo in minoranza: giocando allo sfascio o mettendolo di fronte alle proprie contraddizioni, incalzandolo sui provvedimenti ma senza sottrarsi al confronto. Noi abbiamo scelto questa seconda linea. Piuttosto sono gli altri, Bersani e Berlusconi, che devono dirci cosa vogliono fare e chi dei due sceglie la linea dell'Udc". Finora, osserva Buttiglione, questa chiarezza non c'è stata.
"Il Pd - domanda ancora il presidente dell'Udc - cosa vuole fare? Sceglie di fare con noi un'opposizione responsabile, orientata al bene comune, oppure vuole lasciarsi trasportare da chi punta a distruggere piuttosto che costruire? Mi sembra che il Pd arrivi a questo crocevia abbastanza diviso. Bersani e D'Alema ci chiamano, ma rappresentano l'idea di tutto il Pd? Il fatto che si siano rivolti a noi mi sembra un modo per prendere tempo e mettere la sordina alle divisioni, cercando di rimettere un partito, abbastanza in difficoltà, al centro del confronto".
Il discorso non è molto diverso per Berlusconi che "è alla guida di un governo di minoranza e che si è salvato grazie a un'indegna compravendita di deputati, screditando ulteriormente un Parlamento già piuttosto malmesso. Anche il presidente del Consiglio ha di fronte a sé due strade: o continua a vivere di stenti, illuso dal suo delirio di onnipotenza; oppure accetta il confronto in Parlamento su temi che interessano i cittadini. Se per esempio Berlusconi e Tremonti si presentassero con una seria riforma del fisco che sostiene famiglie e imprese, l'Udc la voterebbe. Bondi ha detto una cosa giusta: se lo fa Obama, perché non può farlo Berlusconi?".
Quanto a Bondi, Buttiglione anticipa poi uno dei temi della ripresa dell'attività parlamentare: il voto sulla mozione di sfiducia individuale contro il ministro. "Il problema - rileva - non è il crollo di Pompei ma più in generale come ha amministrato il ministero. Bondi è stato troppo remissivo, ha accettato senza protestare le decisioni di Tremonti e ha sbagliato. Come voterò? Lo vedremo al momento opportuno - conclude Buttiglione - sono diviso tra la stima personale e il giudizio drammaticamente negativo sulla gestione del ministero. Quel che è certo è che Bondi non doveva arrivare a questo punto. Avrebbe dovuto dare le dimissioni già da un bel pezzo".
All'Adnkronos interviene anche il ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli, che si dice ''sconcertato'' dalla proposta di D'Alema di una alleanza ampia per battere il premier. L'opposizione ''manca di una proposta alternativa chiara. Anziché avanzare una idea forte su cui chiedere il consenso degli elettori continua a proporre come unico cemento di una futura alleanza l'antiberlusconismo'' afferma Matteoli.
''Al di là delle cattiverie su Berlusconi - sottolinea - trovo sconcertante che D'Alema dica a Casini vieni con noi non per un programma condiviso ma contro Berlusconi. Sconcerta la mancanza di proposta. Si dice: mettiamoci tutti insieme per battere Berlusconi. E dopo? Oggi già è difficile governare con partiti omogenei. Figuratevi cosa può fare una maggioranza da Vendola a Casini. Dopo tre mesi è finita''.
Sulla questione arriva anche una nota di Paolo Bonaiuti. ''Finite le feste natalizie, gli italiani chiedono al governo di andare avanti. E il governo porterà subito a termine le riforme già avviate, come il federalismo, e altre ne metterà in cantiere. L'opposizione non c'è - rimarca il sottosegretario alla presidenza del Consiglio - sogna soltanto improbabili ammucchiate di forze diverse e divise sui valori, sui principi, su tutto''.

8 gennaio 2011

Unità d'Italia, Napolitano punge la Lega: "Non celebrarla indebolisce il federalismo"

REGGIO EMILIA - Sono iniziate alle 9.20 di questa mattina a Reggio Emilia, la città dove nacque il Tricolore, le celebrazioni ufficiali per il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia (1861-2011). Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è arrivato poco dopo le 9.15 in piazza Prampolini per assistere all'alzabandiera. Accolto dall'inno di Mameli e da un lungo applauso della folla assiepata in piazza, Napolitano ha passato in rassegna le forze armate e quindi è salito sul palco allestito in piazza. Vicino a lui il sindaco di Reggio, Graziano Delrio, la presidente della Provincia, Sonia Masini, il governatore dell'Emilia Romagna, Vasco Errani, e i sindaci di Torino, Firenze e Roma, Sergio Chiamparino, Matteo Renzi e Gianni Alemanno, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta e l'ex premier Romano Prodi. In un secondo momento, è arrivato anche Giuliano Amato, garante delle celebrazioni per l'Unità d'Italia.
Dopo la breve cerimonia in piazza, il capo dello Stato è entrato nella sala del Tricolore dove ha consegnato, insieme a Delrio, una copia del primo Tricolore adottato come bandiera dalla Repubblica Cispadana nel 1797 ai sindaci delle tre capitali d'Italia: Torino, Firenze e Roma. Delrio ha ricordato che proprio nella sala del Tricolore fu fondata la Repubblica Cispadana e adottata la bandiera; e la consegna del vessillo oggi serve "a rivisitare e attualizzare quell'episodio". Il primo cittadino di Reggio ricorda anche che il primo Tricolore è anche "appeso alle pareti dei magistrati che lottano contro la 'ndrangheta ed è stato donato ai ragazzi delle cooperative sociali della Locride che sono i nuovi partigiani e patrioti".
Napolitano ha poi consegnato una copia della Costituzione ad alcuni studenti delle scuole superiori della città com'è tradizione a Reggio dove viene regalata una copia della Carta costituzionale a chi compie 18 anni. Alcuni bambini delle elementari hanno poi consegnato al capo dello Stato un loro Tricolore elaborato in classe. In seguito, Napolitano ha visitato il museo del Tricolore dove è allestita la mostra "La bandiera proibita" e ha incontrato l'astronauta italiano Roberto Vittori, viterbese, colonnello dell'Aeronautica militare, reduce dalla sua terza missione nello spazio.
L'UNITA' PER IL FEDERALISMO - Rispettare il valore anche costituzionale della bandiera nazionale e impegnarsi nella promozione di iniziative per celebrare il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia. Questo il monito lanciato in sintesi oggi a Reggio Emilia dal presidente della Repubblica. Il capo dello Stato non risparmia per altro -anche senza citarla- una stoccata alla Lega Nord i cui amministratori si sono in diverse occasioni detti contrari alle celebrazioni per l'Unità. Napolitano infatti, ricorda "a forze politiche che hanno un significativo ruolo di rappresentanza democratica sul piano nazionale, e lo hanno in misura rilevante in una parte del Paese" che "il ritirarsi o il trattenere le istituzioni dall'impegno per il centocinquantenario, che è impegno a rafforzare le condizioni soggettive di un'efficace guida del Paese, non giova a nessuno". In particolare, dice il presidente, non giova a rendere più persuasive, potendo invece solo indebolirle, legittime istanze di riforma federalista e di generale rinnovamento dello stato democratico.
Nel suo intervento Napolitano ricorda anche che il riferimento alla bandiera Tricolore è inserito nell'articolo 12 della Costituzione e "dato che nessun gruppo politico ha mai chiesto che vengano sottoposti a revisione quei principi fondamentali della nostra Costituzione, ciò dovrebbe significare che per tutti è pacifico l'obbligo di rispettarli. Comportamenti dissonanti, con particolare riferimento all'articolo sulla bandiera Tricolore, non corrispondono- conclude Napolitano- alla fisionomia e ai doveri di forze che abbiano ruoli di rappresentanza e di governo".
Il capo dello Stato infine rivolge un "vivo incitamento" a tutti i gruppi politici di maggioranza e opposizione e a tutti gli amministratori locali affinché "nei prossimi mesi al sud e al centro, come al nord, si impegnino a fondo nelle iniziative per il centocinquantenario così da renderene davvero ampia e profonda la poiezione tra i cittadini".SOLO DOPO IL FEDERALISMO - Secca la risposta di Umberto Bossi: "La celebreremo dopo che sarà approvato il federalismo - dice il leader del Carroccio - Se non si attua il federalismo vorrebbe dire che 150 anni sono passati invano. Dobbiamo ricordare quel che disse Cavour a questo proposito. Perchè l'unità d'Italia col centralismo romano non va bene".
COTA: "NON MI INTERESSANO LE POLEMICHE INUTILI" - "L’appuntamento del 150^ dell’Unità va visto in prospettiva, ragionando su uno Stato che dopo 150 anni guardi al futuro, che sia più moderno e vicino ai cittadini. L’approvazione definitiva dei decreti attuativi del federalismo fiscale rappresenta, quindi, il miglior viatico". Lo dichiara il presidente della Regione Piemonte, il leghista Roberto Cota, aggiungendo che "le polemiche inutili non mi interessano. La gente, infatti, si misura tutti i giorni con problemi concreti che deve affrontare e questi non vanno mai persi di vista".
E INTANTO... - "Viste le assunzioni a raffica da parte della Regione Sicilia, fiumi di denari pubblico dilapidati, magari per finalita' socialmente utili al clientelismo; considerando che nell'aria del Continente si respirano cinghie tirate, tagli lineari e verticali, risparmi all'osso e cassa integrazione diffusa; credo che il modo piu' degno di celebrare l'Unita' sia quello di separarsi definitivamente dalla Sicilia di Lombardo, che con l'Italia dimostra di non avere piu' nulla a che fare". Cosi' Giancarlo Lehner, deputato del Pdl.(AGENZIA DIIRE,www.dire.it)

4 gennaio 2011

La crisi? Per gli imprenditori immigrati non c'è: +9,2% dal 2008

L'imprenditoria straniera in Italia non sente la crisi, anzi, continua a crescere in tempi in cui molte imprese chiudono. Lo segnala la Fondazione Leone Moressa di Venezia, che ha diffuso oggi i risultati di uno studio sull'imprenditoria etnica, elaborato sulla base degli ultimi dati di Infocamere. La crescita dal terzo trimestre del 2008 allo stesso periodo del 2010 e' stata del 9,2%, lasciando indietro l'imprenditoria italiana, che invece deve fare i conti con l'1,2% di aziende in meno.
L'analisi della Fondazione Moressa traccia un identikit delle aziende condotte da stranieri e dei titolari: emerge cosi' che quella marocchina, rumena e cinese sono le nazionalita' piu' diffuse e che gli imprenditori sono perlopiu' di giovane eta', dato che il 64,7% ha tra i 30 e i 50 anni e che il 10,3% e' under29. La maggior parte delle aziende non ha piu' di dieci anni ed e' costituita sottoforma di ditta individuale (54,8%). Per quanto riguarda i settori di attivita', prevalgono l'area commerciale ed edile (con incidenze del 29,5% e del 22,2%), seguite dal settore manifatturiero (10,1%) e della ristorazione (8,6%). Una nota di genere: ogni quattro imprenditori stranieri uno e' donna. La presenza femminile e' maggiore nella ristorazione (quasi la meta' delle imprese straniere del comparto ha un titolare donna), nel commercio e nella manifattura (rispettivamente 27,1% e 29,5%).
Le province in cui l'arrivo di nuove imprese e' stato piu' evidente sono quella di Prato, Pavia e Rieti (+17,7%, +17,7% e +16,2%), ma e' principalmente nella provincia toscana che l'incidenza degli imprenditori stranieri sul totale delle aziende risulta maggiore, con il 15,3%. Seguono Trieste con il 10,9%, Teramo (10,2%) e Gorizia (10,0%). In termini assoluti, invece, sono i centri milanese, romano e torinese ad accogliere il maggior numero di imprenditori stranieri, sebbene nel capoluogo lombardo l'incremento nell'ultimo biennio si sia fermato al 5,6%, contro il 13,5% della capitale e il 12,6% del capoluogo piemontese. Unica area in controtendenza e' quella di Nuoro, che fa i conti con un dato negativo (-2,3%). AGENZIA DIRE, www.dire.it

2010, l'anno dei prezzi raddoppiati: a dicembre inflazione a +1,9%

Inflazione in crescita a dicembre. Secondo quanto rende noto l'Istat, "l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività (Nic)" presenta "una variazione di più 0,4% rispetto al mese di novembre e di più 1,9% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente". In base alla stima provvisoria, "l'indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) registra nel mese di dicembre una variazione di più 0,3% rispetto al mese precedente e una variazione di più 2% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente".
Riferisce ancora l'Istat che "sulla base dei dati finora pervenuti gli aumenti congiunturali più significativi dell'indice per l'intera collettività si sono verificati per i capitoli trasporti (più 1,4%), comunicazioni (più 0,6%) e Ricreazione, spettacoli e cultura (più 0,5%); variazioni nulle si sono registrate nei capitoli Bevande alcoliche e tabacchi e Servizi sanitari e spese per la salute. Variazioni congiunturali negative si sono verificate nei capitoli Servizi ricettivi e di ristorazione (meno 0,3%) e istruzione (meno 0,1%)".
Gli incrementi tendenziali più elevati si sono registrati "nei capitoli Trasporti (più 4,2%), Abitazione, acqua, elettricità e combustibili (più 3,5%) e Altri beni e servizi (più 3,2%). Una variazione tendenziale negativa si è verificata nel capitolo Comunicazioni (meno 0,6%)".

FEDERALISMO: CALDEROLI, SUBITO O SI VA AL VOTO

''Le Lega Nord vuole il federalismo subito, altrimenti si vota''. Cosi' il ministro Roberto Calderoli, arrivato a Calalzo per la cena degli ossi, con Tremonti e Bossi. Ai giornalisti che gli chiedevano dov'e' lo spirito della coalizione, Calderoli ha risposto: ''Quoi sento solo lo spirito degli ossi''. Sull'eventuale presenza di Berlusconi a Calalzo Calderoli ha scherzato. ''Arrivera' la telefonata del presidente del consiglio'?'' gli hanno chiesto i cronisti. ''Scherzate'? Berlusconi viene quassu', giusto per i giornalisti''.

3 gennaio 2011

FEDERALISMO: AI SINDACI NON PIACE, CI TOGLIE 2,5 MLD

Ai sindaci i conti del federalismo fiscale non tornano. Mentre il decreto attuativo e' dovuto approdare in parlamento senza il parere dei diretti interessati, proprio a causa delle incertezze sui fondi, i tecnici dell'Ifel, la fondazione dell'Anci per la finanza locale, si sono tuffati nelle tabelle del ministero dell'Economia e della commissione tecnica per l'attuazione della riforma, e ne sono riemersi con un timore circostanziato: la riforma disegnata dal decreto attuativo puo' costare ai comuni quasi 2,5 miliardi, cioe' circa il 10% delle risorse in gioco, e conferma a regime tutti i tagli imposti dalla manovra estiva (la sforbiciata ai trasferimenti vale 1,5 miliardi per il 2011 e un altro miliardo per il 2012). Non solo, perche' le stime fornite dal governo sul gettito dei nuovi tributi, per esempio l'emersione del ''nero'' sugli affitti grazie alla cedolare secca, sembrano spesso ottimistiche, e se si rivelassero contraddette dalla realta' il conto per i sindaci diventerebbe anche piu' pesante.

Dubbi, obiezioni e timori dei sindaci sono finiti in un dossier elaborato dall'Ifel e pubblicato oggi dal Sole 24 Ore on line, che ora offrira' la base di trattativa con il governo nell'ambito del tavolo tecnico che accompagna la riforma in parlamento sempre in attesa del parere dei comuni.Per ottenere il ''si''' degli amministratori locali, il governo dovra' offrire garanzie su tutti i punti deboli indicati dall'Ifel (chiamato anche a lavorare ai fabbisogni standard, quale ''partner scientifico'' di Sose, e delegato all'attuazione delle attivita' di diretto contatto con i comuni).Il Rapporto sottolinea che i Comuni dovranno dire addio a gran parte dei trasferimenti statali e all'addizionale sull'energia elettrica, mentre l'Ici sopravvissuta all'abolizione sulla prima casa verra' assorbita dalla nuova Imu dal 2014: in tutto, si tratta di 25,1 miliardi di euro, che dovranno essere sostituiti dall'assegnazione ai comuni del fisco immobiliare (registro, imposte ipotecarie e catastali, bolli, tributi catastali, cedolare secca sugli affitti e Irpef sui redditi fondiari, quest'ultima destinata al tramonto) e, dal 2014, dal varo dell'imposta municipale unica (Imu) che inglobera' quasi tutte queste voci.I calcoli Ifel fanno un passo ulteriore, e in ogni comune mettono a confronto le risorse destinate a cadere con il federalismo fiscale (cioe' trasferimenti e addizionale sull'energia elettrica) con quelle che le dovrebbero sostituire, stimando anche un recupero di evasione intorno ai 450 milioni di euro all'anno, spalmato in modo uniforme in tutt'Italia. I dati mostrano bene gli squilibri di partenza: nei territori a statuto ordinario, il confronto fra le due voci segna a Napoli un -50% (anche a causa dei trasferimenti extra che arrivano alla citta'), i capoluoghi calabresi accusano perdite tra il 40 e il 50% mentre all'altro capo della classifica si incontrano le citta' medie del Nord.Viste le premesse, sono piu' i comuni che ci perdono di quelli che ci guadagnano: soffrono soprattutto i centri piu' piccoli (nei 4.660 comuni sotto i 5mila abitanti la flessione media e' del 16,9%) e le grandi citta' (-5,2% sopra i 250mila abitanti).

2 gennaio 2011

CRISI: PRODI, PIL ITALIA 2011 MOLTO INFERIORE A PRIMA. RAFFORZARE UE

''Alla fine del prossimo anno la dimensione della nostra economia rimarra' notevolmente inferiore rispetto ai livelli raggiunti prima della crisi economica e ci vorranno parecchi anni per ritornare al punto di partenza. Queste sono le previsioni che si possono scrivere oggi.''. E' l'analisi di Romano Prodi, diversa da quella del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, secondo cui nel 2011 l'economia del Paese ritornera' ai livelli pre-crisi. Prodi, in un suo articolo sul Messaggero, sottolinea la necessita' di un rafforzamento della coesione europea per poter contare su una crescita piu' sostenuta nel vecchio continente.
L'ex premier spiega che i Paesi emergenti nel 2010 sono cresciuti del 7,4% contro il 2,6% del Paesi sviluppati. In Europa lo sviluppo il prossimo anno ''rimarra' inferiore al 2% e il livello di disoccupazione si manterra' vicino al 10%''. Gli andamenti dei Paesi saranno differenziati, con la Germania che segnera' una crescita del 3% e l'Italia che, con l'1% ''si manterra' allo scalino piu' basso''.''La realta' potra' tuttavia essere mutata, nel bene o nel male, dalle decisioni politiche che saranno prese nel corso dell'anno''. E le cose andranno meglio se si riuscira', anche con le presidenze 'minori' della Ue dei prossimi tre anni, a ''rafforzare le istituzioni comuni decise dal Trattato di Lisbona, tedeschi permettendo. Dipendera' quindi - conclude Prodi - ancora una volta, dal grado di coesione delle politiche europee se il nostro continente continuera' ad essere il fanalino di coda dello sviluppo mondiale e se ci metteremo almeno in linea con gli Stati Uniti che, pur essendo all'origine della crisi, ne stanno uscendo un po' meglio di noi''.

Berlusconi: "L'Italia non ha bisogno di elezioni anticipate"

In attesa del messaggio del Presidente della Repubblica a reti unificate, Silvio Berlusconi parla agli italiani intervenendo a Tg5 Mattina. Visti i risultati raggiunti da questo governo "crediamo che l'Italia abbia bisogno di tutto fuorche' di elezioni anticipate", dice il presidente del Consiglio, sottolineando che si tratta di "elezioni che ci esporrebbero a rischi imprevedibili". E proprio per questo, aggiunge, "il nostro parlamento, per ben due volte nello spazio di due mesi, ha votato la fiducia a favore del governo respingendo la mozione della sinistra che incautamente aveva presentato.". Inoltre, prosegue il premier, "anche tutte le espressioni piu' importanti della nostra societa', dall'industria alla chiesa cattolica ci chiedono di fare uno sforzo e scongiurare le elezioni per consentire al governo, che ha ricevuto direttamente dagli italiani il mandato di governare, di proseguire il proprio lavoro".

RIFORME - Dopo quelle realizzate "ci restano da fare alcune importanti riforme come quella fiscale, oltre che il quoziente familiare, o la riforma della giustizia partendo dai numerosi punti di convergenza che su queste riforme ci sono gia', manifestati anche con l'opposizione. E non escludo neppure, anzi devo dire che lo auspico, che si possa fare un passo avanti per quanto riguarda le riforme istituzionali che ormai tutti condividono". Il premier sottolinea che "vi sono alcuni punti come il rafforzamento del potere dell'esecutivo, il superamento del bicameralismo perfetto, come la diminuzione del numero dei parlamentari, sui quali da tempo esiste una larga convergenza. Non vedo perche non si possa trovare un accordo tra maggioranza e opposizione".
AVANTI COSÌ - "Sono certo che in parlamento si creeranno le condizioni per consentirci di portare a termine il nostro programma". "Il nostro governo si e presentato attivo e non c'e' mai stata alcuna sospensione sia pure temporanea di attenzione, di lavoro di impegno. L'Italia ha bisogno di stabilita' di governo, ha bisogno di un confronto piu' sereno e rispettoso tra le forze politiche, ha bisogno di maggiore coesione sociale e soprattutto di fiducia nel futuro".
CRISI - "Ce la possiamo fare, se sapremo mettere da parte le polemiche inutili per realizzare quelle riforme di cui il paese ha bisogno". Lo dice il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, intervenendo telefonicamente a Tg5 Mattina, nel sottolineare che "il nostro Paese ha inestimabili risorse di intelligenza, creativita' e capacita' e puo' continuare ad essere una grande potenza industriale, garantendo ai propri cittadini, anche per il futuro, la prosperita' economica, la democrazia e la liberta'". Il premier poi aggiunge: "Come governo la nostra parte l'abbiamo fatta. Nel pieno della crisi economica abbiamo garantito la pace sociale, abbiamo garantito la tutela delle classi piu' deboli, non abbiamo lasciato nessuno in difficolta' con il suo lavoro senza un valida copertura economica. Abbiamo mantenuto il rigore nei conti pubblici, abbiamo portato a compimento importanti riforme". Ed in particolare "siamo fieri dei risultati straordinari raggiunti nel campo della sicurezza, nella lotta alla criminalita' organizzata e nel controllo dell'immigrazione clandestina". Certo, "conosco le tante preoccupazioni che assillano le famiglie. La crisi internazionale non ha rispamiato il nostro Paese anche se, grazie alle scelte compiute dal governo, gli effetti sono stati meno gravi e dolorosi rispetto a quelli che si sono avuti negli altri Paesi".
FIAT - "La globalizzazione ci costringe a metterci al passo con il cambiamento e ci impone delle innovazioni in tutti i settori. L'esempio della Fiat e' emblematico, dimostra che se mettiamo la cultura della cooperazione tra imprenditori e lavoratori al posto del conflitto sociale e del conflitto politico si possono mantenere le fabbriche in Italia e i posti di lavoro e nello stesso tempo si possono anche aumentare i salari e le retribuzioni dei lavoratori".

Napolitano: ''Opportunità per i giovani, altrimenti la partita del futuro è persa''

''Dedico questo messaggio soprattutto ai più giovani tra noi, che vedono avvicinarsi il tempo delle scelte e cercano un'occupazione, cercano una strada. Dedico loro questo messaggio, perché i problemi che essi sentono e si pongono per il futuro sono gli stessi che si pongono per il futuro dell'Italia''. Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha aperto il tradizionale messaggio, a reti unificate, di fine anno.Nel richiamare la preoccupazione già espressa, anche in occasione del saluto con le Alte magistrature dello Stato, "per il malessere diffuso tra i giovani e per un distacco ormai allarmante tra la politica, tra le stesse istituzioni democratiche e la società, le forze sociali, in modo particolare le giovani generazioni", il capo dello Stato ha sottolineato "l'esigenza di uno spirito di condivisione, da parte delle forze politiche e sociali, delle sfide che l'Italia è chiamata ad affrontare; e l'esigenza di un salto di qualità della politica, essendone in giuoco la dignità, la moralità, la capacità di offrire un riferimento e una guida". Ma - ha aggiunto il capo dello Stato - a questo riguardo "voi che mi ascoltate non siete semplici spettatori, perché la politica siete anche voi, in quanto potete animarla e rinnovarla con le vostre sollecitazioni e i vostri comportamenti, partendo dalle situazioni che concretamente vivete, dai problemi che vi premono".

Anche se questo 2010 è stato dominato da condizioni di persistente crisi e incertezza dell'economia, il presidente della Repubblica ha esortato a non farsi "paralizzare da quest'ansia". "E' possibile - ha affermato - un impegno comune senza precedenti per fronteggiare le sfide e cogliere le opportunità di questo grande tornante storico. Siamo tutti chiamati a far fronte ancora alla sfida della pace, sempre messa a dura prova da persistenti e ricorrenti conflitti e da cieche trame terroristiche''. E ancora ''siamo chiamati a cogliere le opportunità di un processo di globalizzazione tuttora ambiguo nelle sue ricadute sul terreno dei diritti democratici e delle diversità culturali, ed estremamente impegnativo per continenti e paesi, l'Europa, l'Italia, che tendono a perdere terreno nell'intensità e qualità dello sviluppo".
Il capo dello Stato si è detto convinto che "quando i giovani denunciano un vuoto e sollecitano risposte sanno bene di non poter chiedere un futuro di certezze, magari garantite dallo Stato, ma di aver piuttosto diritto a un futuro di possibilità reali, di opportunità cui accedere nell'eguaglianza dei punti di partenza secondo lo spirito della nostra Costituzione. Nelle condizioni dell'Europa e del mondo di oggi e di domani, non si danno certezze e nemmeno prospettive tranquillizzanti per le nuove generazioni se vacilla la nostra capacità individuale e collettiva di superare le prove che già ci incalzano. Tanto meno, ho detto, si può aspirare a certezze che siano garantite dallo Stato a prezzo del trascinarsi o dell'aggravarsi di un abnorme debito pubblico. Quel peso non possiamo lasciarlo sulle spalle delle generazioni future senza macchiarci di una vera e propria colpa storica e morale". Bisogna quindi "trovare la via per abbattere il debito pubblico accumulato nei decenni; e quindi sottoporre alla più severa rassegna i capitoli della spesa pubblica corrente, rendere operante per tutti il dovere del pagamento delle imposte, a qualunque livello le si voglia assestare''. ''Ma affrontare il problema della riduzione del debito pubblico e della spesa corrente, così come mettere mano a una profonda riforma fiscale, vuol dire compiere scelte significative anche se difficili. Si debbono o no - si è chiesto il presidente Napolitano - ad esempio fare salve risorse adeguate, a partire dai prossimi anni, per la cultura, per la ricerca e la formazione, per l'Università? Che questa scelta sia da fare, lo ha detto il Senato accogliendo espliciti ordini del giorno in tal senso prima di approvare la legge di riforma universitaria. Una legge il cui processo attuativo, colgo l'occasione per dirlo a coloro che l'hanno contestata, consentirà ulteriori confronti in vista di più condivise soluzioni specifiche, e potrà essere integrato da nuove decisioni come quelle auspicate dallo stesso Senato".
Per il capo dello Stato "occorre in generale individuare priorità che siano riferibili a quella strategia di più sostenuta crescita economico-sociale che per l'Italia è divenuta, dopo un decennio di crescita bassa e squilibrata, condizione tassativa per combattere il rischio del declino anche all'interno dell'Unione Europea". Queste priorità sono "da far valere non solo attraverso l'azione diretta dello Stato e di tutti i poteri pubblici, ma anche attraverso la sollecitazione di comportamenti corrispondenti da parte dei soggetti privati. Abbiamo, così, bisogno non solo di più investimenti pubblici nella ricerca, ma di una crescente disponibilità delle imprese a investire nella ricerca e nell'innovazione. Passa anche di qui l'indispensabile elevamento della produttività del lavoro: tema, oggi, di un difficile confronto, che mi auguro evolva in modo costruttivo, in materia di relazioni industriali e organizzazione del lavoro".
Il presidente Napolitano ha rilevato che "reggere la competizione in Europa e nel mondo, accrescere la competitività del sistema-paese, comporta per l'Italia il superamento di molti ritardi, di evidenti fragilità, comporta lo scioglimento di molti nodi, riconducibili a riforme finora mancate".
Il capo dello Stato ha fatto riferimento agli ultimi dati del sul tasso di disoccupazione, soprattutto giovanile e nel Mezzogiorno, per avvertire che "se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e di vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per tutti, per l'Italia: ed è in scacco la democrazia. Proprio perché non solo speriamo, ma crediamo nell'Italia, e vogliamo che ci credano le nuove generazioni, non possiamo consentirci il lusso di discorsi rassicuranti, di rappresentazioni convenzionali del nostro lieto vivere collettivo. C'è troppa difficoltà di vita quotidiana in diverse sfere sociali, troppo malessere tra i giovani. Abbiamo bisogno di non nasconderci nessuno dei problemi e delle dure prove da affrontare: proprio per poter suscitare un vasto moto di energie e di volontà, capace di mettere a frutto tradizioni, risorse e potenzialità di cui siamo ricchi. Quelle che abbiamo accumulato nella nostra storia di centocinquant'anni di Italia unita".
A questo punto il capo dello Stato ha sottolineato che le celebrazioni del 150° dell'Unità d'Italia non sono un rito retorico: "Non possiamo come Nazione pensare il futuro senza memoria e coscienza del passato". Dunque, "il futuro da costruire, guardando soprattutto all'universo giovanile, richiede un impegno generalizzato. Quell'universo è ben più vasto e vario del mondo studentesco. A tutti rivolgo ancora la più netta messa in guardia contro ogni cedimento alla tentazione fuorviante e perdente del ricorso alla violenza". La "strada giusta" è quella di "investire sui giovani, scommettere sui giovani, chiamarli a fare la propria parte e dare loro adeguate opportunità". E il capo dello Stato ha richiamato alcune testimonianze della possibilità di "aprire la strada verso un futuro degno del grande patrimonio storico", per sollecitare a fare la loro parte "quanti hanno maggiori responsabilità - e ne debbono rispondere - nella politica e nelle istituzioni, nell'economia e nella società, ma in pari tempo ogni comunità, ogni cittadino. Dovunque, anche a Napoli". Insomma "sentire l'Italia, volerla più unita e migliore, - ha concluso il capo dello Stato - significa anche questo, sentire come proprio il travaglio di ogni sua parte, così come il travaglio di ogni sua generazione, dalle più anziane alle più giovani. A tutti, dunque, agli italiani e agli stranieri che sono tra noi condividendo doveri e speranze, il mio augurio affettuoso, il mio caloroso buon 2011".